IL NOME DELLA ROSA -Umberto Eco

Tanto amato dai lettori, quanto odiato dall’autore. Secondo Umberto Eco, “Il Nome Della Rosa” è il peggior romanzo che abbia mai scritto.

L’opera viene avviata  ricorrendo all’espediente letterario di un manoscritto ritrovato redatto in prima persona da Adso Da Melk, un monaco benedettino, ormai anziano, che racconta gli episodi che lo coinvolsero e lo resero testimone sul finire dell’anno 1327, durante un viaggio compiuto da giovane novizio insieme al suo maestro Guglielmo Da Baskerville, francescano.

Il racconto comincia con i due protagonisti che giungono ad un’abbazia benedettina del nord Italia, un luogo straordinario, carico di storia, costituito da varie costruzioni, tra cui una grande Chiesa (Adso rimane fortemente colpito dal portale, ispirato alla Chiesa di Moissac, in Francia), l’Edificio (sede della Biblioteca), lo scriptorium, una cucina e altri importanti ambienti, e che impone rispetto e grande ammirazione per la sua bellezza e la sua fama in quanto centro propulsore di cultura. Ospita, infatti, molti monaci  impegnati soprattutto nella raccolta, catalogazione e copiatura di manoscritti antichi, “uomini che vivono tra i libri, coi libri, dei libri”.

“Monasterium sine libris est sicut civitas sine opibus, castrum sine numeris, coquina sine suppellectilis, mensa sine cibis, hortus sine herbis, pratum sine floribus, arbor sine foliis… E il nostro ordine, crescendo intorno al doppio comandamento del lavoro e della preghiera, fu luce per tutto il mondo conosciuto, riserva di sapere, salvezza di una dottrina che minacciava di scomparire in incendi, saccheggi e terremoti, fucina di una nuova scrittura e incremento dell’antica… Ma viviamo ora in tempi molto oscuri, il popolo di Dio è ora incline ai commerci e alle guerre di fazione, giù nei grandi centri abitati, dove non può avere albergo lo spirito della santità, non solo si parla ( che ai laici altro non potresti chiedere) ma già si scrive in volgare, e che mai nessuno di questi volumi possa entrare nelle nostre mura –fomite di eresia quale fatalmente diviene!”

“Adso rimane fortemente colpito dal portale, ispirato alla Chiesa di Moissac, in Francia”

Guglielmo è stato invitato a partecipare ad un incontro, previsto nei giorni a venire, tra una delegazione del Papa Giovanni XXII proveniente da Avignone (sede del papato in quel periodo storico) e un gruppo di frati minoriti (francescani) guidati dal loro generale Michele da Cesena. Il tema del dibattito è la povertà di Cristo e la povertà della Chiesa, argomento che, dopo la morte di San Bonaventura (primo successore di San Francesco), è stato fonte di dolorose spaccature e contese nell’Ordine e nella Chiesa.

Dopo aver incontrato l’abate dell’abbazia, Abbone, e altri personaggi come Ubertino da Casale (vecchia conoscenza di Guglielmo, predicatore e teologo cacciato dai francescani e diventato benedettino), l’erborista Severino, e dopo aver avuto con altri dotte conversazioni, i due protagonisti vengono messi al corrente dall’abate di un fatto sconcertante da poco avvenuto: Adelmo di Otranto, uno dei più abili miniaturisti dello scriptorium è stato trovato morto, sotto le mura di cinta dell’abbazia. Abbone chiede allora a Guglielmo, noto per la sua intelligenza e astuzia di ex inquisitore, di indagare sull’accaduto, dandogli facoltà di interrogare chiunque ritenga opportuno e anche di muoversi liberamente all’interno degli edifici, tranne la biblioteca: luogo inaccessibile a tutti, eccezion fatta per il bibliotecario, Malachia, e il suo aiutante, Berengario da Arundel. Vi vengono, infatti, custoditi libri preziosi e libri pericolosi, quindi l’ingresso è vietato a tutti.

 La narrazione è scandita dalle ore canoniche che regolano le giornate nei conventi benedettini: Mattutino ( tra le 2:30 e le 3 di notte), Laudi ( tra le 5 e le 6 di mattina), Terza (verso le 7:30, poco prima dell’aurora), Sesta (mezzogiorno, ora di pranzo), Nona ( tra le 2 e le 3 pomeridiane), Vespri (verso le 4:30, al tramonto) e Compieta (verso le 6).

 Guglielmo e il fedele Adso cominciano quindi a conoscere i personaggi che popolano l’abbazia: il cieco Jorge da Burgos, il più anziano di tutti, temuto profeta di un’imminente apocalisse; Salvatore, che parla una lingua tutta sua (un misto di dialetti volgari e latino sgrammaticato); il cellario Remigio da Varagine, dal passato oscuro (aveva, infatti, fatto parte del seguito di fra Dolcino, rivoluzionario ex-frate eresiarca); Venanzio da Salvemec, abile traduttore dall’arabo e dal greco, grande conoscitore e appassionato di Aristotele; Bencio di Upsala, giovane monaco scandinavo, colto ed esperto di retorica; il maestro vetraio Nicola da Morimondo, affascinato dalle lenti che Guglielmo usa per leggere meglio, e altri ancora. Nelle loro indagini sulla morte di Adelmo i due protagonisti scoprono molte cose interessanti. Vengono a sapere per esempio di una strana conversazione avvenuta qualche giorno prima tra Jorge, Adelmo, Venanzio e Berengario a proposito della Poetica di Aristotele e in particolare del secondo libro, secondo la tradizione dedicato alla commedia, ma che nessuno ha mai potuto leggere. Visitano quindi lo scriptorium, dove si imbattono in alcuni appunti di Venanzio, tratti da un libro che però poche ore dopo sparisce, sottratto da qualcuno.

“I posti più luminosi erano riservati agli antiquarii, ai miniatori più esperti, ai rubricatori e ai copisti. Ogni tavolo aveva tutto quanto servisse per miniare e copiare: corni da inchiostro, penne fini che alcuni monaci stavano affinando con un coltello sottile, pietra pomice per rendere liscia la pergamena, regoli per tracciare le linee su cui si sarebbe distesa la scrittura. Accanto a ogni scriba, o al culmine del piano inclinato di ogni tavolo, stava un leggio, su cui posava il codice da copiare, la pagina coperta da mascherine che inquadravano la linea che in quel momento veniva trascritta. E alcuni avevano inchiostri d’oro e di altri colori. Altri invece stavano solo leggendo libri, e trascrivevano appunti su loro privati quaderni o tavolette.”

Di notte si intrufolano nella biblioteca, che ha una struttura molto tortuosa, e con un po’ di fatica riescono a decifrare il criterio con cui sono distribuite le sale, con indicazioni geografiche; e capiscono che c’è una zona a cui non si può accedere chiamata “finis Africae”, dove sono custoditi volumi segreti.

Vengono a conoscenza di una relazione eccessivamente intima tra Adelmo e Berengario e di strane cose che succedono la notte nell’abbazia, come le visite di alcune donne povere del villaggio vicino disposte a vendersi a monaci corrotti in cambio di un po’ di cibo.  E nel frattempo continuano i delitti. Nel giro di poche ore vengono trovati i cadaveri di Venanzio, affogato in un bacile pieno del sangue dei maiali scannati al mattatoio, di Berengario, annegato in una vasca dei balnea, e di Severino, la testa rotta con una sfera armillare di bronzo.

Sventare il colpevole di tutti gli omicidi è sempre più difficile per Guglielmo, che ha notato che tutti i cadaveri hanno le dita e la lingua macchiate di nero e sospetta siano stati avvelenati.

Ma quando viene trovato il cadavere dell’erbario Severino, grande conoscitore di piante e sostanze venefiche, il mistero si infittisce. Tanto più che l’assassino di Severino viene colto in flagrante ed è Remigio, ed intanto all’abbazia era arrivata la delegazione avignonese guidata dall’inquisitore Bernardo Gui. Viene montato quindi un tribunale per processare Remigio, ma il movente che viene fuori, ovvero certe carte che fra Dolcino aveva consegnato al suo discepolo e che questi aveva nascosto nella biblioteca dell’abbazia con la complicità di Malachia e su cui Severino sembrava stesse indagando, convince poco Guglielmo. Egli così predice ciò che poche ore dopo avviene: anche Malachia, il bibliotecario, muore.

 Le morti che si succedono inesorabili, i misteri della biblioteca e dei manoscritti scomparsi sconvolgono il giovane Adso, che una notte, mentre si aggira nelle cucine dell’abbazia in cerca di indizi, si imbatte quasi per caso in una ragazza “bella e terribile come un esercito schierato in battaglia”, con cui ha una relazione amorosa che lo turba profondamente. Si confessa con il suo maestro che non dà troppo peso a questo peccato, attribuendolo più alla malvagità della donna, fonte di tentazioni, che alla debolezza del discepolo. In seguito la ragazza verrà condannata al rogo come strega, insieme al selvaggio Salvatore, fedele compagno di Remigio e responsabile delle incursioni notturne di estranei nell’abbazia.

 In mezzo a tutto questo trambusto la discussione tra la legazione avignonese e quella francescana sulla povertà si trasforma in una rissa che non porta a nulla.

 La mattina del sesto giorno muore Malachia: anch’egli ha le dita e la lingua macchiate di nero. Guglielmo è vicino alla scoperta della verità. Sembra che gli omicidi seguano una traccia dettata dalle sette trombe dell’Apocalisse (la tempesta, il sangue, l’acqua, gli astri, le cavallette che avevano il potere di mille scorpioni, il fuoco). Tutto ruota attorno al libro scomparso dallo scriptorium che nel frattempo è passato di mano in mano ma che nessuno è riuscito a esaminare. Gli resta da interpretare correttamente gli appunti di Venanzio e trovare un modo per entrare nel finis Africae, dove spera di trovare il libro misterioso. E’ Adso che involontariamente (prima raccontando un sogno che ha avuto, poi facendo una battuta ingenua) gli svela il modo di accedere alla stanza segreta della biblioteca. Nella notte i due accedono al luogo inaccessibile e vi trovano Jorge con il libro misterioso. Si tratta di una raccolta che contiene alcune opere sulla comicità e il riso, tra cui l’unico manoscritto esistente del II libro della Poetica di Aristotele, su pergamino de pano. Jorge, il frate cieco, ha voluto proteggere quel volume considerandolo pericoloso per l’umanità. Il Filosofo, infatti, vi direbbe che la commedia e il riso sono fonte di conoscenza, una via di accesso alla verità. Ma ciò non è possibile perché il riso nasce dall’ubriachezza, dall’ignoranza. Il riso libera dalla paura, mentre invece il rispetto della legge divina si fonda sulla paura, sul timor di Dio, afferma Jorge in un dialogo delirante nella stanza buia. Per proteggere il manoscritto da mani indiscrete Jorge lo aveva trattato con un veleno potentissimo, sapendo che chiunque ne fosse venuto in possesso lo avrebbe letto con foga, ma così si sarebbe avvelenato da solo. Jorge, per suicidarsi, inizia a stracciare e ingoiare le pagine avvelenate del libro, mentre Guglielmo cerca di strapparglielo di mano. Ne nasce una colluttazione durante la quale una lanterna cade sui manoscritti. Il fuoco divampa subito tra le pergamene, i codici miniati e gli scaffali di legno antico. In poco tempo tutto l’Edificio diventa un’enorme pira in cui migliaia di preziosissimi libri, raccolti con fatica lungo i secoli, vanno in fumo. Il vento completa l’opera di distruzione dell’abbazia, portando il fuoco sulla chiesa e sulle altre costruzioni. Molti perdono la vita, altri fuggono. Adso e Guglielmo riescono a salvarsi e ad allontanarsi con due cavalcature trovate nel bosco.

Il soggetto del romanzo è chiaramente fantastico, ma inserito all’interno di un contesto storico complicato: quello del contrasto tra Ludovico Il Bavaro (duca di Baviera e successivamente imperatore del Sacro Romano Impero) e il pontefice Giovanni XXII. La trama è complessa ed elegante, il lessico è colto, l’ambientazione medievale e le pagine sono ricche di questioni teologiche e filosofiche, seppur presentava inizialmente delle discrepanze storiche di cui l’autore si rese conto solo dopo trent’anni provvedendo a rimuoverle nelle edizioni successive. Per esempio, in un punto dell’opera si parlava di un piatto di peperoni, che però arrivarono in Europa solo dopo la scoperta dell’America; o ancora in un altro passaggio, Adso parlava di secondi, unità di misura che non era stata ancora adottata nel Medioevo. Nonostante ciò, alcune imperfezioni sono rimaste, dando al romanzo un carattere pseudo-storico, narrante un medioevo di “cartapesta”, in cui: l’inquisizione viene presentata come un tribunale inteso a reprimere ogni possibile discussione di tesi razionalmente insostenibili, che potevano essere imposte solo con la forza delle armi e dei roghi, seminando terrore, mentre l’inquisizione nasce più tardi, verso la fine del medioevo; e ancora il desiderio della Chiesa di occultare un volume che avrebbe legittimato l’umorismo in quanto nemico della fede perché può liberare dalla paura su cui la religione si fonda, mentre i benedettini del Medioevo hanno salvato con amore anche il legato del mondo classico relativo alla commedia.

Il romanzo si conclude con  una locuzione latina:

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”

“La rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”

Tratta dal De contemptu mundi di Bernardo Di Cluny, la frase si ricollega al titolo del romanzo: l’unica cosa che si può ottenere dal mondo sono nomi, mentre cogliere l’essenza delle cose (in questo caso il movente dell’assassino) è impossibile. Nelle Postille a Il Nome Della Rosa, lo stesso autore scrive:

«Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo. (…) L’idea del Nome della rosa mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle. Nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava, e che i lettori gli suggeriscono».

A.M

Recensione “La Malalegna” -Rosa Ventrella

“Nonno Armando aveva il dono della narrazione. Mio padre quello del silenzio. Nonna assunta la saggezza contadina. Mia madre e mia sorella, la bellezza. Io? Il mio dono lo dovevo ancora scoprire. Per gran parte della mia infanzia sono stata solo a guardare”

TITOLO: La Malalegna

AUTORE: Rosa Ventrella

DATA DI USCITA: 30 Aprile 2019

PAGINE: 272

GENERE: Narrativa

AMBIENTAZIONE: Terre D’Arneo, Puglia

Editore: Mondadori

Ci troviamo all’inizio degli anni Quaranta a Copertino, nelle Terre D’Arneo: un’immensa distesa di campi coltivati nel cuore della Puglia. La storia ha come protagoniste Teresa e Angelina, due sorelle completamente diverse in tutto: Angelina, impertinente, vitale, curiosa, e Teresa, schiva, delicata e silenziosa, voce narrante della storia.

Le due sorelle crescono in una famiglia di braccianti salentina, povera sicuro, ma allegra e piena di risorse: i nonni Armando e Assunta, per esempio, sono grandi narratori; briganti, lupi e masciare diventano vivi nei loro racconti davanti al camino, “facevano i giri dei rioni, volavano sulle chianche come le strigi del Medioevo” e “Il racconto prendeva voce. Come un sedativo, un narcotico, un liquido dolce e liquoroso e caldo che entrava sotto la pelle”. Altri membri della famiglia sono il padre Nardo, lavoratore silenzioso, e la madre delle due bambine, Caterina, che ha ricevuto in sorte una bellezza moresca e fiera, che cattura gli sguardi di tutti gli uomini, compresa quella del barone Personè, il latifondista più potente del paese. “La tua bellezza è una condanna” le dice sempre nonna Assunta. Condanna toccata in eredità ad Angelina.

Quando il padre parte per la guerra lasciando solo le due donne, Caterina per mantenere le figlie non ha altre armi se non quella della bellezza, ed è costretta a cedere a un terribile compromesso con il barone.

E’ da qui che la donna comincia ad essere braccata dalla Malalegna, il chiachiericcio velenoso delle malelingue.

“La Maldicenza stava ovunque e inseguiva mia madre, che doveva schivarla ad ogni passo…”

Tutta questa vergogna, che nel corso della storia infetterà tutta la famiglia, avrà su Angelina l’effetto opposto: lei che non sopporta di vivere nella miseria, ingenuamente inseguirà l’amore delle favole che tanto desidera. A costo di rimanerne vittima.

Sono la nostalgia e il rimpianto a muovere con passo delicato la voce di Teresa, che, ricostruendo la storia della sua famiglia, ci riconsegna un vero e proprio capitolo di storia italiana: dalla Seconda guerra mondiale (la partenza di Nardo per la guerra, il bombardamento in città), alle lotte dei contadini salentini per strappare le terre ai padroni nel 1950 (filone trattato per quasi tutta la seconda metà della storia). Non escludendo ovviamente la vita di paese, presentandoci personaggi tutti diversi, ognuno rappresentante un prototipo oppure una classe sociale (la makara e suo nipote, “u magghiatu”, la cimmiruta, il barone Personè e il figlio…).

Ma la Malalegna è un romanzo di donne, la storia ne delinea la posizione sociale, il loro ruolo all’interno della società, la loro grande forza e il loro grande dolore. Tematiche sempre ricorrenti nella storia, e anche molto attuali: lo stupro di Caterina all’interno della sua stessa casa, davanti agli occhi delle sue stesse figlie, da parte dei briganti (Strascinavert)

“Chiudete gli occhi bambine […]. E’ la guerra…”

E ancora la curiosità della piccola Angelina, nei confronti della sorella che, crescendo, sta cambiando, e il suo ingenuo terrore quando Teresa diventa ufficialmente donna.

“Mi dispiace Terè, è colpa mia. Sono stata cattiva e adesso tu sanguini. Non morire Terè, non morire.

Mi ha colpito molto come il racconto prende una piega che non ti aspetti, proprio nelle ultime pagine, dandoti l’istinto di leggerlo tutto d’un fiato, commuovendoti fino alla fine.

Rosa Ventrella ha scritto un magnifico romanzo, animato da comari, briganti e manmane, in cui protagonista è anche la terra: “un lembo di Puglia aspro e profumato, coperto da rovi e fichi d’India, capace di dare tutto e tutto togliere”

Un libro con le curve.

Chi è “Books have curves”?

Da sempre mi reputo una sognatrice. Una di quelle che sognano ad occhi aperti, e che apprezzano la bellezza delle piccole cose. Vengo da un’isola: golfi d’immane bellezza e splendide spiagge di finissima sabbia dorata, terra di vento e di sole, terra di mille colori, di odori e profumi di fiori.

Ho iniziato ad apprezzare i libri all’età di quattro anni, e di lì a poco incominciai a leggere. Amavo sentire mia madre raccontarmi le solite cose che si raccontano ai bambini, anche se alcune volte, mi racconta, prendevo io il comando della situazione e raccontavo i fatti come più mi piacevano. Ancora oggi la lettura è la mia passione, più che un hobby. Mi abbandono facilmente a quell’ “adorabile viaggio” di cui parla Valéry. E in verità, mi affascina molto.

Che sia “Al centro della terra” o “Centomila leghe sotto i mari” con Jules Verne, nella lussuosa residenza di “Cime Tempestose” o in casa Bennet poco importa! Nella selvaggia America del nord in compagnia de “L’ultimo dei Mohicani”, o in mezzo al nulla nei panni di Robinson Crusoe, di un’anima malvagia come Dorian Gray oppure una vendicativa come Il Conte di Montecristo. Vagare senza identità come Mattia Pascal

Eppure leggere, e di conseguenza calarmi nei panni dei più celebri personaggi, non è la mia unica passione. Adoro la musica, non importa il genere, basta che sia buona musica. Adoro il mondo dello spettacolo nelle sue varie forme: che sia un film al cinema o un’opera teatrale.

Per quanto riguarda questo blog, la mia idea è quella di parlare delle mie passioni, prevaletemente la lettura, e aggiornarvi ogni volta che posso, anche se sono ancora una studentessa e la scuola mi porta via molto tempo. Mi piacerebbe molto parlare con voi e discutere insieme di un determinato argomento, e rendere il tutto più attivo che passivo.

Detto questo, al prossimo articolo.

E ricordate… i veri libri hanno le curve!